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Renato Minore / 2011

Sfida, erranza, smacco: la "irragionevole efficacia" della ricerca di Giancarlo Flati

L'immaginazione è importante, è essenziale anche (ma non solo) nella ricerca scientifica, altrimenti si riproducono le cose che già esistono. I matematici, quando devono enunciare un teorema, devono capire l'enunciato prima che sia dimostrato. Feynman, il grande fisico, quando si confrontava con i matematici, riusciva a capire le loro formule in un solo modo. Traduceva progressivamente quelle formule in un oggetto e più l'oggetto era verosimigliante, più diventava una autentica metafora delle formule matematiche. Credo che in modo analogo funzioni la ricerca espressiva e artistica di Giancarlo Flati, una ricerca delineata come <fuoco interiore>, mosso dall'immaginazione che elabora i dati provenienti da <certi domini estremi della conoscenza scientifica> per sua stessa definizione. Una potente mappatura e, insieme, quasi una impercettibile variazione sulla natura del <profondo visibile> che non è sulla lunghezza d'onda dello sguardo e del suo diritto a "vedere" cio' che ha davanti. Ma scivola via dall'immediatezza della percezione per captare le vibrazioni segrete dei fenomeni, la loro natura profonda e ineffabile. Così Flati definisce il suo mondo pittorico che si presenta nella propria smagliante complessità in questa nuova antologica delle sue creazioni dell'ultimo decennio in 48 varianti di "un'opera davvero unica" e straordinariamente omogenea nelle sue singole parti, eppure ognuna definisce un campo di pertinenza, un autonomo spazio creativo.

Abruzzese di origine (è nato all'Aquila nel 1953), Flati è uomo di scienza che da tempo opera con grande consapevolezza nel campo dell' arte : è <la capacità di riflettere sul proprio lavoro> per cui i dati acquisiti diventano l'energia immediatamente spendibile nel laboratorio creativo. E' immerso in una meditazione che si pone nel segno della ricerca che potrebbe porsi sotto il segno del "pensiero poetante" di Mario Luzi, come luogo dell'identità nella complessità. Un'indagine epistemologica che congela il movimento esplosivo della materia in purissimi schizzi da cui traspare l'idea di una sorta di lirica conoscenza della realtà pulviscolare di cui è composta la realtà dell'universo (il macro e il micro)e, con essa, la porosa e granulare proprietà dell'emozione.

Alla seduttività delle "immagini" e delle "visioni" scientifiche (cellule di sangue, fibre nervose, grani di DNA),contemplate e trasfigurate, stimate come detentrici di un nuovo e più enigmatico sapere e potere, corrisponde l'universo dell'omologia pittorica. Quel modo pulsante e lirico che realizza una continua fuga nella "meraviglia", sentita come possente metafora di rigenerazione, gorgo di continua trasformazione. Come in una singolare <croce di Einstein> in cui un oggetto lontano si moltiplica in più punti di luce, i colori e gli oggetti di Flati trasaliscono come piccole crepe appena li si agiti un po', muovendosi verso la loro momentanea rimessa a fuoco, cangiante e abbagliante insieme "Informazione minima", "Informazione olografica"; "Interregno", "It from qbit 1", "Le viene incontro", "Transizione 1"... Questi alcuni dei titoli delle composizione che, nella luminosa leggerezza, nella fragile profondità, abbattuta definitivamente la pretesa naturalistica della visibilità del mondo attraverso la rappresentazione, inseguono un mondo stellare e materico, appena mosso dal vortice di una metamorfosi che lo trasforma in ogni momento.Dove la vita appare come un unico evento, una specie di gigantesca fiamma che brucia lentamente e da cui partono mille e mille fuochi e fuocherelli individuali, che non sono però mai fisicamente disgiunti dalla fiamma principale. "Paesaggi" e "luoghi" colti dall'occhio tutto (solo all'apparenza) "mentale" di Flati, mossi da un maelström d'energia per cui le "cose", i "segni" -barbagli o residui di sabbia e di gesso, corpuscoli in cerca di una forma appena riconoscibile- diventano la leggerissima trabeazione di un sogno lungamente covato e fluttuante, sottratto al rigore intellettuale, affidato alla purissima sostanza delle immagini di mondi immaginari e dolcemente ossessivi. Con uno stupore disincantato o un disincanto stuporoso in cui il rinnovato <piacere del testo> è anche il piacere della complessa tessitura delle immagini che riflette e discute il proprio statuto estetico-cognitivo,, che richiede una partecipazione attiva da parte dell'osservatore-lettore, perché mira a dilatarne le potenzialità percettive e sensoriali, oltre che concettuali.

"Io, naufrago di un'onda anomala della storia", così ancora si definisce Flati dinnanzi alla sua materia, quell'<immenso iceberg invisibile che va dalla schiuma quantistica, alla magica sostanza della vita>, in <quel pre-spazio bohmiano dove tempo, materia e spazio si riavvolgono e rientrano nel regno delle possibilità assolute della Totalità> E così definisce anche la seduttiva e avvolgente capacità di coincidere con la realtà (macro e micro) che forma (da forma e "pensiero visivo") al mondo della sua pittura, nell'immagine precaria delle striature o dei detriti di conchiglie, radici, piccoli legni, schede elettroniche, in forme caleidoscopiche, così le definisce Claudio Strinati, che si compongono e scompongono incessantemente, suggestionandoci a vedere o sentire acque e fiamme, cieli e distese incommensurabili di spazio, luci e ombre oltre la superficie immediata delle cose. Ma senza pensare montaliamente a ciò che è oltre "la muraglia", anzi entrandovi in sintonia progressiva ma sempre in qualche modo difettiva, e senza l'illusione (che pure appartengono all'uomo di scienza che è Flati) di poterlo conoscere e, magari, modificare..

Perchè la <irragionevole efficacia> della ricerca di Flati, un po' come quella della matematica nelle scienze naturali, efficace ma irragionevole, sa che le teorie attuali con cui si riescono a combinare la gravitazione con la meccanica quantistica prevedono un universo con nove o dieci dimensioni spaziali. Forse alcune di queste sono tanto piccole e l'universo è chiuso nelle altre: così uno non se ne accorge, è come se fosse costretto a muoversi sulla superficie di un filo elettrico, si accorgerebbe solo della dimensione del filo e non di quella attorno al filo.

Così l'Achab, l'Ulisse, il don Qujote messi in campo da Flati, conoscono <la necessità della sfida, la necessità dell'erranza, la necessità dello smacco>. Sanno con Prigogine che non vedranno mai la fine dell'incertezza e del rischio: non avranno nessuna ragione di sperare: il domani non potrà portare più sicurezza dell'oggi.